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«Per nulla al mondo scambierei la mia vita attuale con quella di prima.»

Tutto inizia in quella fatidica domenica sera del 22 aprile 2012. «Ero dai miei genitori e presi la moto per andare a comprare il pane per la fonduta, perché non ce n’era abbastanza», racconta il 28enne. «In una curva, l’acceleratore della moto si inceppò al suo massimo. Stramazzai al suolo a grande velocità, andando a finire contro la parete di uno scultore di pietre tombali.» E aggiunge ridendo: «Delle lapidi, neanche a farlo apposta!»

Vivo per miracolo

Il giovane di Losanna ha visto la morte in faccia. Quando era all’ospedale con fratture multiple e una grave emorragia interna che non si arrestava, i medici chiamarono sua madre, suo padre e suo fratello perché potessero dirgli addio. Ma come per miracolo, il suo stato si stabilizzò in extremis. A testimonianza di questo episodio di «quasi morte», c’è il tatuaggio che raffigura la morte con la falce che si fa tagliare la gola, uno dei tanti tatuaggi che a poco a poco avrebbero ricoperto le braccia di Louka Réal. Nella sua lotta per la vita, aveva appeno vinto la sua prima battaglia. Dopo un mese di coma artificiale, Louka è elitrasportato nel Centro svizzero per paraplegici (CSP) a Nottwil. Al suo risveglio in reparto di rianimazione – lui che era un grande sportivo – si rende conto di essere paraplegico. Era stato campione svizzero di biketrial, una disciplina acrobatica in bicicletta, nella quale bisogna superare ostacoli naturali o artificiali. «All’inizio ero sotto shock e mi sono posto mille domande. Poi, dal momento in cui ho capito che la mia sorte era segnata, non miravo più a voler camminare di nuovo, ma a recuperare la mia autonomia il più rapidamente possibile.»

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Il legame stretto con uno dei suoi compagni di stanza in clinica è stato per lui un aiuto inestimabile. Franco Belletti, ex atleta paralimpico di una cinquantina d’anni e ricoverato per un’operazione alla spalla, aveva a sua volta avuto un incidente simile in moto alla stessa età di Louka. Prende il giovane sotto le proprie ali. «Da Franco ho visto che si poteva essere felici anche in sedia a rotelle, che tutto era ancora possibile. Questo mi ha dato uno slancio di motivazione incredibile.»

«Dentro di me è scattato qualcosa. Mi sono svegliato una mattina e ho deciso che non serviva più a niente rimpiangere il passato, ma che bisognava andare avanti e mettercela tutta.»

«Dentro di me è scattato qualcosa.»

Al suo ritorno a casa nella regione losannese, lo fa soffrire l’atteggiamento di condiscendenza e di pietà che la gente ha nei suoi confronti. È irritato dall’inadeguatezza con la quale i passanti cercano di venirgli in aiuto afferrando la sua sedia a rotelle, senza essere pregati e senza chiedergli il permesso. Anche le sue relazioni affettive non ne rimangono risparmiate, diventano più difficili: «La maggior parte delle ragazze che ho conosciuto si fissavano sul mio handicap, mi prendevano in considerazione ‹malgrado la disabilità›, invece di accettarmi così come sono.» Il primo anno dopo essere uscito dalla clinica è stato duro, poi Louka cambia radicalmente il suo atteggiamento. Si ricorda come se fosse ieri: «Dentro di me è scattato qualcosa. Mi sono svegliato una mattina e ho deciso che non serviva più a niente rimpiangere il passato, ma che bisognava andare avanti e mettercela tutta.» Questo nuovo spirito non lo abbandonerà più e diventerà un tratto del suo carattere, per non dire il suo mantra.

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Giardiniere paesaggista prima dell’incidente, il giovane si lancia in una riformazione professionale e inizia un tirocinio per diventare disegnatore industriale, lavorando contemporaneamente all’elaborazione di pezzi di alta precisione per sigarette a vapore nella ditta di suo fratello. Fa fitness per sentirsi meglio nel suo corpo e comincia a farsi tatuare, come se volesse riappropriarsi del suo corpo. Trova un nuovo appartamento, dove si concede dei momenti di pace per disegnare – uno dei suoi hobby preferiti. D’ora in avanti esce sempre più spesso di casa per passare del tempo con i suoi amici. L’auto adattata da Orthotec, che ha potuto acquistare grazie al sostegno della Fondazione svizzera per paraplegici, gli permette oltretutto di riguadagnarsi una bella porzione di autonomia: «Ha modificato di colpo tutta la situazione, era come se mi avessero messo le ali! Finalmente potevo andare dove volevo, e questo era vitale per sentirmi bene.» Il tutto, accompagnato dalla sua passione nascente per la pallacanestro, gli permette di vedere la vita in un’ottica completamente nuova.

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L’ascensione a campione

È durante la sua riabilitazione a Nottwil che Louka Réal scopre il basket in carrozzella per la prima volta. Assiste agli allenamenti della squadra nazionale, affascinato dalla coesione e dalla destrezza dei giocatori. «Mi intimorivano e allo stesso tempo li ammiravo. All’epoca non osavo neppure parlare con questi atleti, e nel contempo sentivo ardere in me il desiderio di stare con loro in campo», aggiunge ridendo. Che un giorno avrebbe avuto un mucchio di medaglie al collo proprio grazie alla pallacanestro, non se lo sarebbe mai immaginato. Ed ecco che Louka Réal si fissa l’obiettivo di entrare nella squadra nazionale da lì a cinque anni. Si allena da solo per innumerevoli ore la settimana prima di aggregarsi ad un club, a Pully (VD) e più tardi al Meyrin Eagles (GE). Fa progressi a vista d’occhio e la stagione successiva gioca già nella squadra dei Pilatus Dragons di Nottwil, la squadra migliore della Svizzera. Nel 2015 poi, la consacrazione: come giovane speranza del basket, viene selezionato per la squadra nazionale svizzera. Il suo sogno diventa realtà in soli due anni di carriera, nessuno prima di lui c’era riuscito così rapidamente.

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Un uomo appagato

Dice di sé stesso di sentirsi pienamente appagato, e aggiunge: «Grazie al mio incidente mi sono avvicinato molto di più alla mia famiglia. Poi ho incontrato il mio compagno di squadra Schwan Wahab, che è diventato il mio migliore amico. Da loro ho ricevuto un grande appoggio. Per me una cosa è chiara: per nulla al mondo scambierei la mia vita attuale con quella di prima.» E che ne è de sogno di vivere una vita da giocatore di basket professionista all’estero? Perché no, risponde, ci proverà almeno per una stagione. Ma non subito. «Quest’anno devo prima portare a termine la mia formazione di disegnatore. E poi trasferirmi all’estero significa anche allontanarmi dalla mia famiglia e dai miei amici. Ma di certo un giorno realizzerò i miei sogni.» Vedendo come gli scintillano gli occhi, non c’è dubbio che ci riuscirà.

 

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