

Tabea Holzgang (28) lavora come logopedista nel Centro svizzero per paraplegici (CSP).
Testo: Stefan Kaiser
Foto: Adrian Baer
Tabea Holzgang, com’è lavorare con persone ventilate?
È un lavoro emozionante e molto bello che mi spinge a pensare in modo connesso e ad acquisire nozioni che vanno oltre il mio ambito specialistico. Conoscere i vari metodi di ventilazione mi aiuta ad esempio a valutare meglio le situazioni critiche. Altrettanto importanti sono lo scambio interprofessionale con l’ambito medico, infermieristico e terapeutico e la conoscenza delle tecniche del reparto di Terapia intensiva. Tutto questo è impegnativo ma molto arricchente.
La logopedia attuata nel CSP differisce dalla logopedia imparata sui banchi di scuola.
Qui nel CSP ci si focalizza sui disturbi della deglutizione (disfagia) e sulla gestione della cannula tracheale fino allo svezzamento dal respiratore. Nel CSP mi dedico in modo approfondito al trattamento della disfagia, un disturbo frequente di cui pochi sanno, ma che è parte integrante del nostro lavoro.
Assiste le persone ventilate in tutti i reparti?
Sì, ed è proprio questo l’aspetto interessante: l’équipe di logopedia è attiva nel reparto di Terapia intensiva, nei reparti addetti di medicina acuta e nella riabilitazione, dove assistiamo i pazienti per lunghi mesi. Tutti i membri dell’équipe si dedicano a tutte le mansioni.

Cosa rende affascinante il suo lavoro?
Impegnarci con i pazienti a raggiungere un determinato obiettivo. Parlare, comunicare, mangiare e bere sono aspetti essenziali nella vita di una persona e lavorare insieme per aiutare la persona ventilata a ritrovare il suo posto nella società è un compito molto gratificante.
«Nel CSP apprezzo la buona collaborazione»
Durante il vostro lavoro relazionate molto con i pazienti?
Aiutiamo le persone stimolandole durante la terapia e per rendere una terapia intensiva efficace, ci vuole un buon approccio relazionale. Spetta a noi trovare il modo di incoraggiare e spronare la persona, affinché possa riacquistare la massima qualità di vita possibile. Una volta un paziente affetto da una forma di disfagia grave mi disse: «Questa è una cosa che entusiasma solo una logopedista.»
Cosa intendeva?
I tentativi di deglutire di questo paziente non producevano alcun movimento della laringe. Dopo settimane di terapia ho percepito una minima contrazione e ho esclamato entusiasta: «Wow! Fantastico!». Il paziente, che era ancora incapace di deglutire, non condivideva il nostro entusiasmo, ma noi sapevamo che quello era l’inizio della guarigione. Tempo più tardi ci disse che ammirava con quanta passione affrontavamo le nostre giornate.
Si sente a volte sotto pressione?
Nel reparto di Terapia intensiva bisogna essere pronti ad agire in fretta in caso di urgenza, fidandosi ciecamente delle proprie capacità e prendendo decisioni senza indugiare. Questo richiede molta esperienza e mette sotto forte pressione soprattutto chi è all’inizio della propria attività professionale. Inoltre, il nostro lavoro ci coinvolge nella vita delle persone che assistiamo e certi casi ci toccano nel profondo. Bisogna badare a non lasciarsi coinvolgere troppo.
Come ci riesce?
Dei casi più toccanti discutiamo all’interno dell’équipe, cercando di sostenerci a vicenda. Il distacco da pensieri ed emozioni mi riesce sul tragitto verso casa o facendo sport.
Trova ancora la forza per condurre una vita privata?
L’equilibrio tra vita privata e lavoro è un tema ricorrente nell’ambito delle professioni sanitarie. Lavoro all’80 per cento e in parallelo sto facendo un Master. L’attività sportiva mi dà la giusta carica e quindi cerco di fare sport dopo il lavoro o nel fine settimana. All’interno della nostra équipe la flessibilità è importante. Abbiamo un’organizzazione gerarchica orizzontale, che si basa su una grande fiducia reciproca e ciò ci facilita molto. Questi sono i motivi per cui lavoro volentieri a Nottwil, dove apprezzo la buona collaborazione.

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